Equipe di ricerca e lettura

Lettura clinica delle novelle di Luigi Pirandello
coordinata da Arianna Silvestrini

Il mercoledì, ore 18,30
S. Margherita, Dorsoduro 3687
Venezia

Il giovedì, ore 20,45
Via Costa, 12
Mestre

Novembre 2008:
Il treno ha fischiato…
La maschera dimenticata
Pena di viver così
La carriola

Intorno al libro “La sicurezza alimentare in Cina”

di Roberta Coletti

“Mangereste della soia trattata da operatori costretti ad usare la maschera?”
Questa e molte altre, le inquietanti domande che costellano il viaggio di Zhou Quing nell’inferno della sicurezza alimentare. In Cina non c’è sicurezza alimentare, la ricerca del profitto economico a tutti i costi, trova terreno fertile sia nell’importanza fondamentale del cibo, sia nella necessità di produrre in grandi quantità. Mangiare è anche uno status symbol a dimostrazione del valore dell’esistenza, le città cinesi pullulano di ristoranti e le strade di venditori ambulanti di ogni specialità alimentare.
I trucchi per i guadagni illeciti sono di vario tipo e la frode alimentare va dall’uso di sostanze tossiche, alla totale mancanza di igiene, alla rielaborazione dei materiali scaduti, ad un uso della chimica e dei farmaci che fa rabbrividire. Produrre di più per vendere di più, per consumare sempre di più. Il tutto è reso possibile da un potere politico che non ha mezzi per controllare e contrastare questo fenomeno.
Zhou Qing, nato in Cina nel 1965, nella regione dello Shanxi, vive e lavora a Pechino. E’ giornalista, redattore esperto di usi e costumi e della tradizione orale cinese, attento osservatore e studioso delle attuali condizioni di vita. Dal 2002 si dedica attivamente alle questioni di sicurezza alimentare in Cina. Direttore dell’Istituto culturale di ricerca Xi’An Cang Xie, membro dell’Indipendent Chinese Pen Center e della Società cinese per gli studi della letteratura e dell’arte popolare. Nel 1989 fu arrestato e condannato a due anni di carcere per essere stato uno dei leader di Piazza Tienanmen. In seguito al suo rifiuto di sottoporsi al piani di “rieducazione” e dopo un tentativo di fuga, la condanna fu prorogata di altri otto mesi. Lo incontriamo nell’occasione della presentazione del suo libro La sicurezza alimentare in Cina edizioni Spirali.
Zhou Qing è un eroe moderno che a prezzo della propria vita denuncia un sistema che nasconde, occulta o finge di non vedere i danni procurati da ciò che la gente mangia. Le intossicazioni alimentari sono all’ordine del giorno, ma anche malattie croniche sono in grave aumento.
Molti gli scandali oltre a quelli già noti anche nei paesi importatori, come il latte in polvere alla melamina (un additivo usato dall’industria della plastica e della carta), il sudan red (colorante chimico) nel peperoncino, i capelli acquistati dai parrucchieri per produrre amminoacidi da usare come ingrediente nella salsa di soia. “Notizia del 18 maggio 2004 dal Giornale della sera di Nonchang: i negozi di torte cambiano con disinvoltura la data di produzione del pane, trasformando in biscotti il pane che fa la muffa, tolgono la crosta delle torte della luna invendute, trasformando il ripieno in pane alla frutta di basso costo”. Ecc.
La Cina si sta giocando il mercato dell’esportazione e non investe nelle future generazioni: “un popolo che non si cura delle generazioni future è un popolo che non ha più alcuna speranza!”.
Questo libro è un reportage minuzioso, supportato da dati e testimonianze, ma è anche un modo per svegliare le coscienze. Se non si rimane inermi le cose possono cambiare, ciascuno per la sua vita può iniziare non solo con la denuncia, ma cambiando le proprie abitudini alimentari. Nessuna delega, poiché anche chi è preposto ai controlli è come gli alimenti: contraffatto, dannoso, pericoloso.
L’esperienza e la continua ricerca vengono messe a disposizione del lettore, Zhou Qing destina una parte del libro ad indicazioni sul cibo, come imparare a difendersi scegliendo i prodotti, a distinguere il cibo sano da quello malato, conoscere le associazioni migliori tra alimenti e come questi possono giovare contro le malattie.
La salute è un percorso culturale, non è già data, ecco il messaggio che ci trasmette questo giornalista che non si arrende e che ha una missione da portare avanti: la sicurezza alimentare per la Cina e per il pianeta intero.

La sicurezza alimentare in Cina e in Italia

Mercoledì 26 novembre 2008, ore 18
Sala conferenze Biblioteca Civica
Via Miranese 56
Mestre

Incontro con Zhou Qing, giornalista e scrittore

Introduce
Arianna Silvestrini

Interviene
Daniela Boresi, giornalista del “Gazzettino”, docente al Master Post Laurea in Comunicazione delle Scienze all’Università di Padova

In occasione della pubblicazione del libro La sicurezza alimentare in Cina (Spirali, 2008).
Questo libro racconta “uno scandalo annunciato” (Rita Fatiguso nel “Sole 24 Ore”). Appena uscito in Cina, nel 2006, è stato immediatamente messo all’indice dal governo cinese. Nello stesso anno, è stato premiato a Berlino al Lettre Ulysses Award for the Art of Reportage (premio che nel 2003 venne conferito ad Anna Politkovskaja).

Zhou Qing vive e lavora a Pechino. Giornalista, redattore e esperto di storia antica cinese, studia le attuali condizioni di vita del suo paese. Dopo avere lavorato come primo redattore al “Folk Magazine” e all’“Economy & Trade”, oggi dirige lo Xi’an Cang Xie Cultural Research Institute ed è redattore della rivista “Oral Museum”. Arrestato nel 1989 per la partecipazione alle contestazioni in piazza Tian’anmen, ha rifiutato la rieducazione e tentato la fuga: per questo è stato sottoposto al rigoroso piano di “riabilitazione”. Membro dell’Independent Chinese Pen Association, dal 2002 s’interessa di questioni di sicurezza alimentare.

La Cina e la sua controversa situazione alimentare vengono messe a nudo in questo libro: l’autore compie un’approfondita indagine intorno ai molteplici abusi alimentari in Cina oggi in cui si imbatte il cosumatore locale ma che si ripercuotono sulle esportazioni in tutto il mondo. Zhou Qing racconta in modo brillante e dettagliato le violazioni alle norme sull’alimentazione, l’utilizzo di additivi vietati, il debole sviluppo ambientale; materie prime, prodotti finiti e derivati destinati al consumo animale e umano sono esposti a manipolazioni producendo un effetto dannoso sulla salute delle persone. Le produzioni d’esportazione cinesi si basano in larga misura sulla mano d’opera di prigionieri, pratica di cui Qing dà testimonianza in prima persona.

L’avvenimento è organizzato dall’Associazione Cifrematica di Venezia in collaborazione con Biblioteca Civica di Mestre e con il Comune di Venezia.
Partecipano all’avvenimento Banca del Veneziano e Hotel Al Codega di Venezia.

La depressione non esiste

corso di psicanalisi e cifrematica
tenuto da Arianna Silvestrini

giovedì 25 settembre 2008, ore 20,45
Il disagio e lo stress

giovedì 2 ottobre 2008, ore 20,45
La questione di vita o di morte.
La questione intellettuale

giovedì 9 ottobre 2008, ore 20,45
Anoressia e bulimia

Giovedì 16 ottobre 2008, ore 20,45
La paura e l’allegria

Sala comunale di Via Sernaglia
Via Sernaglia 43
Mestre

Necessità dell’anatomia

Giovedì 22 maggio 2008
ore 18,15
Spazio Eventi della Libreria Mondadori
San Marco 1345
Venezia

Incontro con Viviana Nicodemo

Intervengono
Milo De Angelis, poeta
Marco Marangoni, critico, poeta
Andrea Molesini, poeta, scrittore

Introduce
Arianna Silvestrini

ll dibattito è organizzato in occasione della pubblicazione del libro Necessità dell’anatomia (Spirali 2007), in collaborazione con la Direzione Beni, Attività e Produzioni Culturali del Comune di Venezia. Partecipa all’avvenimento la Banca di Veneziano.

Dopo gli studi classici Viviana Nicodemo si diploma attrice presso la Civica Scuola d’Arte Drammatica Piccolo Teatro di Milano. L’esordio nel teatro di prosa è con M. Navone, M. Mezzadri, N. Garella, G. Sepe, S. Sequi, A. Zucchi, N. Mangano, W. Pagliaro. Dal 1995 si occupa di Arti visive partecipando a mostre fotografiche e d’arte contemporanea, tra cui Hic et Nunc a cura di A. Bertani con l’installazione Asclepiei. Appassionata di poesia, ha fatto letture di numerosi poeti, tra cui Dante, Rilke, Bachmann, De Angelis.

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La mia ira

Martedì 15 aprile 2008
ore 18,30
Spazio Culturale dell’Istituto Svizzero di Venezia
Campo S. Agnese, Dorsoduro 810
Venezia

Incontro con Marek Halter

Interviene
Riccardo Calimani

Introduce
Arianna Silvestrini

Il dibattito è organizzato in occasione della pubblicazione del libro La mia ira (Spirali 2008), in collaborazione con l’Istituto Svizzero, il Comune di Venezia, con la collaborazione e il patrocinio della Délégation culturelle de l’Ambassade de France a Venezia.
Partecipa all’avvenimento la Banca di Veneziano.

“Dicono che noi ebrei ci svegliamo sempre arrabbiati. Io ho usato questo spunto per affrontare i problemi del mondo contemporaneo con una dose di suspance letteraria”. Marek Halter

Marek Halter, nato nel 1936 in Polonia, discendente da una famiglia di stampatori ebrei, ha sperimentato personalmente le persecuzioni razziali naziste e il regime totalitario sovietico. Trasferitosi in Francia nel 1950, nel 1984 è stato co-fondatore con Bernard-Henri Lévy del movimento SOS razzismo; da anni porta avanti una battaglia per la pace negoziata nel Medio Oriente e per i diritti dell’uomo contro il razzismo, senza mai abbandonare la portata culturale della questione ebraica. Intellettuale apolide ha scelto la Francia come patria intellettuale e la lingua francese come strumento della sua battaglia culturale.
In Italia di recente è intervenuto con decisione sulla stampa nazionale contro la proposta di boicottaggio del Salone del libro di Torino e del Salon du livre di Parigi.

Intervista a Ramin Bahrami

Intervista al pianista Ramin Bahrami in occasione del concerto del 31 marzo 2008 al Teatro La Fenice di Venezia
di Arianna Silvestrini

Come è cominciata la sua vicenda?
Ho avuto la fortuna di nascere 31 anni fa a Teheran in una casa cosmopolita, da un padre per metà tedesco e per metà iraniano e da una mamma iraniana di origini russo-turche; la musica classica occidentale era la prima lingua. Da ragazzino ascoltavo le sinfonie di Beethoven dirette da von Karajan, andavo sul tavolo di casa e facevo finta di essere un direttore d’orchestra, credendoci fermamente. Quando avevo due anni ci fu il cambio di regime che rovinò il paese dello Scià di Persia e vennero al potere delle persone estremamente poco tolleranti; la guerra devastante contro l’Iraq durò otto anni. Quella guerra me la ricordo vivamente. Non erano pomeriggi belli perché ogni tanto la mia armonia – ascoltare Bach, Brahms, Beethoven e anche Frank Sinatra, Elvis Presley, Charles Aznavour – veniva bruscamente interrotta dall’allarme dei missili di Saddam Hussein che avrebbero colpito una casa vicina o lontana. Io avevo la musica a cui aggrapparmi, anche se ricordo che non vivevo male il doversi rifugiare per via di questi attacchi, lo vivevo nel modo misterioso dei bambini. Questo mi ha avvicinato ancora di più alla musica. A sei anni ho avuto la grande fortuna di venire a contatto con la musica di Bach grazie a un’incisione di Glenn Gould, la VI Partita, la cosa più bella che mi era mai capitata, così mi decisi a intraprendere assolutamente questa vita, la missione di suonare Bach.
Questo divenne una necessità sempre più importante. Grazie a una videocassetta, venni ammesso come lo studente più giovane alla Hochschule für Musik di Francoforte, ma dati i problemi economici che dopo la rivoluzione erano subentrati nella nostra famiglia, non ho potuto accettare. In seguito ci fu il generoso sostegno dell’Ambasciata italiana e dell’Italimpianti di Genova che mi permisero di venire a fare i miei studi al Conservatorio Giuseppe Verdi a Milano; fu la mia salvezza, in un certo senso, perché potei dare voce alla mia musica, studiando con uno dei massimi didatti europei, Piero Rattalino del Conservatorio di Milano, e poi all’Accademia di Imola dove ho avuto la fortuna di avvicinare i massimi interpreti bachiani come András Schiff e Rosalyn Tureck; lì ho incontrato anche Alexis Weissenberg che mi ha dato consigli estremamente importanti. Ho studiato anche alla Hochschule für Musik di Stoccarda dove ho approfondito i temi della filologia bachiana con Robert Levin, con il quale ho una grande amicizia.

La sua musica è contraddistinta da grande tensione, precisione, rigore e libertà.
Credo fermamente che la ragione non parli una lingua diversa dall’emozione; se queste due sono combinate abbiamo Bach. All’epoca di Bach l’ars musicae non era considerata semplicemente un’arte, bensì un’arte scientifica.

Il 31 marzo a Venezia al Teatro La Fenice Lei suonerà l’Arte della fuga. Quali sono, per il pianista, le differenze con le Variazioni Goldberg?
E’ una grande gioia suonare in questo meraviglioso Teatro a Venezia e trovo eccezionale che un teatro d’opera così importante accolga sempre di più la musica cameristica.
Le Goldberg sono pezzi più vicini alla terra, più mondani, per quelli che stanno sulla terra. Mentre l’Arte della fuga è un viaggio nell’al di là, ma per quelli che sono al di qua, l’Arte della fuga è una summa di tutte le emozioni e di tutta la musica, non solo di Johann Sebastian Bach. In Bach c’è tutta la musica, come in Platone c’è già tutta la filosofia.

Lei ha espresso il desiderio di suonare Bach in Iran.
Il mio desiderio è che il mio paese ritorni a essere consapevole dei suoi 7000 anni di storia, di quello che noi persiani abbiamo rappresentato per la civiltà internazionale, e che sopra tutto riscopra i valori di tolleranza e di libertà che sono assolutamente andati persi. Mi vergogno da persiano se il presidente apre bocca, perché non parla la mia lingua come non parla la lingua di moltissimi cittadini iraniani sparsi per il mondo che credono fermamente nella tolleranza e nella libertà. Ho il desiderio di ritornare in un Iran democratico e quando questo sarà possibile ci ritornerò.

Quali sono i suoi progetti futuri?
A marzo uscirà un omaggio al vostro meraviglioso paese che mi ha sempre accolto: un mio nuovo disco per la Decca intitolato Concerto italiano, una raccolta di tutti i pezzi di Bach che hanno una matrice italiana. Nel 2009, uscirà l’integrale delle Sonate di Beethoven e sopra tutto ci sarà la collaborazione artistica molto importante con il grandissimo Riccardo Chailly con cui eseguirò due concerti bachiani con l’orchestra della Gewandhaus di Lipsia. Nel 2010 spero di realizzare un disco dedicato a Frescobaldi. Le confesso un mio segreto, ma può anche scriverlo, spero di fare il Clavicembalo ben temperato prima dei quarant’anni. È un sogno.

Come riuscire vivendo

Corso di psicanalisi e cifrematica
tenuto da Arianna Silvestrini

mercoledì 19 marzo 2008, ore 18,30
Il disagio, la città, la salute

mercoledì 26 marzo 2008, ore 18,30
Il cammino artistico della guarigione

mercoledì 2 aprile 2008, ore 18,30
La battaglia, l’impresa, la riuscita

Dorsoduro 3687
vicino al ponte di San Pantalon
Venezia

Nell’occasione verranno presentati i primi tre numeri della rivista “La cifrematica”.

Contro ogni speranza

Armando ValladaresContro ogni speranza. 22 anni nel gulag delle Americhe, dal fondo delle carceri di Fidel Castro (Spirali 2007)
di Roberta Coletti

“Finché un uomo pensa alla sua libertà e lotta per guadagnarla, non si sente uno schiavo neppure se ha le catene ai piedi e alle braccia”.
Armando Valladares in nessun istante della sua terribile prigionia nelle carceri politiche di Cuba, durata ben 22 anni, ha ceduto alla tentazione di rappresentarsi la fine. C’è nel suo racconto una parola libera che non può sottomettersi alla barbarie criminale del carcere politico. Il sadismo dei carcerieri, tanto spietato e inumano, altro non fa che rendere più ferrea la resistenza, e impossibile rinnegare i principi di cui Armando Valladares e i suoi compagni sono orgogliosi, poiché fanno parte di loro. Ciò che interroga lungo la lettura di questo libro straordinario, è che cosa abbia partecipato a sostenere questo viaggio durissimo, non di sopravvivenza, come potrebbe sembrare data la crudeltà subita, ma di vita degna.
“Dentro di noi c’erano soli e stelle, la luce e i colori e la vitalità a spirituale che i nostri carcerieri non erano riusciti a strapparci”.
La fede e la forza spirituale per sopportare senza ammalarsi d’odio, nessun paganesimo, nessuna richiesta fatta a dio di uscire di lì, questa la determinazione interiore che restituisce la tranquillità, questo ciò che opera al pragma, al fare. Ciascun giorno l’invenzione, l’arte. Dal linguaggio dei segni, alle parole inventate per aggirare la censura, ai cannocchiali di cartone costruiti con la colla della pasta, un tappino, una fiala vuota, un laccio emostatico, un frammento di materia da trasformare in uno strumento indispensabile, che solo nella prigionia acquista un valore assoluto. Sempre nuovi dispositivi da avviare, una rete continua e nessuna alternativa alla lucidità, all’attenzione costante e partecipe di questi uomini catapultati in una scena che li vorrebbe impotenti e rassegnati.
“Era come se avessimo radici, sotto quei pavimenti, radici che si congiungevano sottoterra in un abbraccio di solidarietà”.
Comunicare, interpretare tra le righe, tra i gesti per non perdere il contatto con la realtà esterna, ma anche studiare e insegnare per giungere ad una tenuta intellettuale.
“Nei momenti di pericolo l’uomo sa fare cose straordinarie come superare il dolore e le limitazioni fisiche: come se la mente, concentrata su un unico obiettivo, inibisse ogni altra sensazione”.
Così da dare le ali della libertà a quella parola che non sfumerà nel tempo, che scavalcando le mura del carcere trova il suo viaggio narrativo, senza soggetto vittima o eroe, senza fermarsi alla liberazione avvenuta, poiché la dissidenza, alla quale Armando Valladares invita ciascuno di noi, è una forza incontrastabile.

La libertà della parola

Lunedì 17 marzo 2008
ore 18
Sala San Leonardo, Strada Nuova 1584
Venezia

Dibattito con Armando Valladares
poeta e dissidente cubano

Intervengono
Maurizio Cerruti, giornalista, caporedattore pagina degli Esteri del “Gazzettino”
Andrea Molesini, poeta, scrittore, professore all’Università di Padova

Introduce
Arianna Silvestrini

Il dibattito è organizzato in occasione della pubblicazione del libro Contro ogni speranza. 22 anni nel gulag delle Americhe, dal fondo delle carceri di Fidel Castro (Spirali 2007) di Armando Valladares. Il dibattito è organizzato con la collaborazione del Comune di Venezia.

Nel 1960, a 23 anni, Armando Valladares fu imprigionato nelle carceri politiche di Cuba. Trascorse 22 anni al confino con l’accusa di tradimento. Amnesty International lo prese in adozione come prisionero de conciencia. Durante gli anni di prigionia Valladares scrisse molte poesie che furono pubblicate in Europa: grazie alla diffusione dei suoi scritti, governanti, intellettuali e stampa di tutto il mondo occidentale hanno chiesto la sua libertà, ottenuta solo nel 1982, in seguito alla campagna per la liberazione organizzata dalla moglie Martha e all’intervento del presidente francese François Mitterrand. Valladares ha dato vita al Comitato Pro-Diritti Umani a Cuba e insieme a Vladimir Bukovskij ha fondato a Parigi il movimento Resistenza Internazionale, organizzazione contro le dittature. Attualmente è presidente della Fondazione Armando Valladares e membro del consiglio internazionale della Human Rights Foundation, proseguendo la sua battaglia con articoli e dibattiti in tutto il mondo.

Partecipa all’avvenimento banca del veneziano

“Aprii gli occhi al freddo contatto dalla canna sulla fronte: intorno al mio letto c’erano tre uomini armati. Uno di loro mi premeva la testa sul cuscino con il mitra. «Dov’è la pistola?», chiese il più anziano, un uomo magro con i capelli bianchi. Avrei scoperto in seguito che questo agente della polizia politica di Castro aveva servito anche sotto il dittatore Batista. Era stata mia madre a farli entrare. La mia camera era in fondo al corridoio, io ero immerso in un sonno pesante, faceva freddo e non li avevo sentiti suonare. Quello del mitra continuava a premermi sulla fronte con la canna. Un altro infilò la mano sotto il cuscino, alla ricerca della pistola immaginaria. Quindi il vecchio mi disse di vestirmi e di seguirli. In salotto, un quarto poliziotto teneva d’occhio mia madre e mia sorella. Dovetti vestirmi davanti a loro. […] Questi agenti ricevono l’ordine di arrestare un cittadino, senza sapere chi sia né il motivo dell’arresto. Di regola gli si dice che è pericolosissimo e armato. Adesso sapevano che non ero armato. Non lo ero mai stato. Per tranquillizzare mia madre e mia sorella, dissi loro che si trattava certamente di un errore, dato che non avevo commesso alcun delitto”. Armando Valladares